INTERVISTA del Dr. Paolo Emilio Iacovelli a Francesco De Angelis, Presidente della Società Chimica Italiana

E’ in via di conclusione l’iter legislativo del REACH (Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals) che si avvia a diventare la più importante normativa sanitaria ed ambientale in Europa. La tutela e la salute dei consumatori è da sempre un pallino delle imprese chimiche. Ne condividete quindi le finalità?

Consumatori in senso lato, se vuole! Parlerei piuttosto di tutela della salute della popolazione e dell’ambiente in senso generale, anche al di fuori dei confini europei, per i riflessi complessivi che REACH necessariamente avrà. Tutte le leggi che, regolamentando la produzione dei beni di consumo ed il progresso delle applicazioni scientifiche e tecnologiche, presentano come obiettivi il loro corretto sviluppo per l’uomo e per la sua qualità di vita, non possono che essere condivisibili! Il punto sul quale si può e si deve discutere è se l’impianto complessivo delle normative tiene nella dovuta considerazione tutti gli aspetti che vengono investiti oltre, ovviamente in primis, la salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente. Penso alla economia del comparto industriale interessato e della singola impresa: norme rigide che possono comportare costi attualmente non sostenibili possono avere come ricaduta la perdita di competitività o il crollo della economia del settore investito a tutto vantaggio delle imprese extraeuropee, dei paesi emergenti in particolare, dove le regolamentazioni sono molto meno ferree. A poco vale, poi, il controllo del prodotto alla frontiera in ingresso: i costi relativi sono a carico del consumatore europeo e l’ambiente, in senso globale, non rimane comunque protetto. Penso anche soprattutto agli aspetti scientifici che sono investiti dalle normative REACH: ridurre i livelli di un tale contaminante nel prodotto o nell’ambiente, ai limiti più bassi o al di sotto dei livelli di rivelabilità consentiti dalla tecnologia, magari per rispondere a una corretta esigenza sanitaria (dando per scontata l’assenza di spinte demagogiche), non è una prospettiva logicamente e scientificamente sostenibile. Per ultimo, occorre fare un bilancio complessivo su quello che si potrebbe perdere, in termini di benessere della nostra società moderna, contro ciò che si potrebbe guadagnare. Faccio un esempio limite: gli ftalati presentano sicuramente degli aspetti e dei livelli di tossicità. La loro totale eliminazione dalla produzione quali componenti indispensabili delle plastiche (senza che la chimica e la tecnologia siano stati ancora in grado di produrre sostituti efficaci) riporterebbe indietro di decenni la tecnologia dei polimeri, e quindi la presenza nelle nostre case e nella nostra vita degli oggetti che ci sono oramai indispensabili. Diverso è il caso della nicotina, ancora quale caso limite. E’ sicuramente tossica ed è presente nell’organismo anche di chi non fuma. Basta che nessuno fumi sigarette, e la nicotina sparisce da ogni luogo (oltre ai “catrami” che si depositano nei nostri polmoni)! Ma leggi che vietino il fumo non se ne vedono in giro, ancorché si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si risparmierebbero incredibili cifre sui bilanci delle sanità.

Che impatto potrà avere questo provvedimento sulle imprese chimiche italiane?

La normativa è europea, e le imprese chimiche italiane si muovono sempre più in una logica di mercato sovranazionale. Come Società Chimica Italiana, società puramente scientifica senza alcuno scopo commerciale in qualsivoglia settore, siamo interessati in primo luogo agli aspetti scientifici che ogni normativa di legge può sottendere: è questo infatti il caso della normativa REACH, laddove coinvolge elementi scientifici e tecnologici nel controllo delle sostanze tossiche. Ciò non toglie, però, che come uomini di scienza siamo anche preoccupati per gli eventuali aspetti di rischio sull’economia di mercato delle imprese chimiche, e quelle italiane in particolare. Queste ultime, infatti, soffrono rispetto alle consorelle straniere di minori investimenti per la ricerca, la quale molte volte viene importata con i relativi costi aggiuntivi. In Italia, sappiamo che gli investimenti governativi e anche privati per la ricerca sono ai più bassi livelli europei, mentre i risultati della ricerca potrebbero aiutare a meglio assorbire molti degli aspetti implicati dalla normativa di cui parliamo.

Che momento stanno vivendo oggi le imprese del settore nel nostro Paese?

Mentre la grande industria chimica è del tutto sparita, la piccola e media industria gode di una discreta vitalità e resistenza alla flessione, soprattutto se confrontata con gli altri comparti industriali. Non dimentichiamo che la regione Lombardia, nel settore della chimica, presenta un fatturato complessivo che è secondo in Europa alla sola Baviera! Parliamo, in particolare, della impresa nei settori delle vernici, delle materia plastiche, della produzione dei composti farmaceutici di base. I laureati in Chimica e Chimica Industriale, poi, non tardano a trovare lavoro, in particolare in quelle aree del Paese a maggiore industrializzazione.

Che ritardo scontiamo rispetto a quei paesi più virtuosi e competitivi del nostro?

Il ritardo, appunto, è principalmente dovuto alla carenza dei finanziamenti per la ricerca. L’obiettivo dell’accordo di Lisbona, che fissa entro il 2009 il raggiungimento del 3% rispetto al prodotto interno lordo per gli investimenti per la ricerca, è ben lontano in Italia dall’essere intravisto! Tale ritardo è riferibile sia alla ricerca applicata, che se vogliamo compete maggiormente all’impresa, sia alla ricerca di base, la cui più elevata diffusione dovrebbe risiedere nelle università e negli enti pubblici. Ricerca privata e ricerca pubblica, comunque, sono potenziabili solo in relazione a solidi finanziamenti ed incentivi pubblici, nonché a normative premianti di riferimento. Ciononostante occorre dire che nel settore della chimica, per gli sforzi sovrumani e per la dedizione dei nostri singoli scienziati, siamo ancora a livelli molto elevati, come dimostrato dalla qualità delle nostre pubblicazioni scientifiche e dal rispetto di cui godiamo a livello internazionale.

Euro forte, prezzo del petrolio elevato e quant’altro. Cosa è ragionevole attendersi per il futuro? In definitiva che scenario si apre per la chimica italiana?

Possiamo aggiungere, rispetto ai punti da Lei sottolineati, che la carenza di risorse naturali e il costo elevato del lavoro (elemento caratterizzante, quest’ultimo, tutto il mondo occidentale) spostano l’asse della costruzione della ricchezza di un settore, di un paese in generale, sul a parte di chi ci governa, che si tramuti in azioni concrete, anche una normativa quale la REACH di cui parliamo, benvenuta per gli aspetti sanitari ed ambientali cui si riferisce, può diventare un elemento di preoccupazione per la chimica italiana. Ovviamente però, anche il ricercatore e l’impresa devono, con coscienza e la seconda con investimenti, svolgere il ruolo che loro compete.

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