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BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'

Syndicate content La Chimica e la Società
Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.
Updated: 2 days 21 hours ago

Mediterraneo Mare Nostrum

19 July, 2024 - 10:19

Luigi Campanella, già Presidente SCI

L’8 luglio si è festeggiata la Giornata Internazionale del Mediterraneo chiamato dai Romani Mare Nostrum, origine di alcune delle culture più antiche ed influenti nella storia dell’umanità, teatro di scambi culturali e commerciali. Il Mediterraneo si collega attraverso lo Stretto di Gibilterra con.l’Oceano Atlantico che è la sua unica fonte di rinnovamento e rifornimento di acqua. Il suo punto più stretto è di 14 Km, la sua profondità media si aggira sui 1500 metri, quella massima intorno ai 5000 metri il che lo rende il mare chiuso più profondo del mondo. Bagna ben 15 Paesi, Italia, Spagna, Francia, Grecia, Croazia, Albania, Turchia, Libia, Israele, Siria, Egitto, Algeria e Marocco. La circolazione delle acque è per lo più dovuta ai venti il che comporta un ricambio di acque, flora e fauna. Il Mediterraneo ha una barriera corallina lunga circa 135 km fra Bari ed Otranto.

E’ anche chiamato il mare dei Vulcani. In effetti nel Mediterraneo ve ne sono 13 prevalentemente però tirrenici.

Il Mediterraneo soffre di una carenza idrica che di estate arriva al 50 %. Disporre di un mare quasi chiuso quindi più controllabile induce a pensarlo come una preziosa risorsa idrica attraverso le tecnologie di dissalazione, a partire dalla osmosi inversa anche nelle sue versioni più innovative. Oggi l’Intelligenza Artificiale è stata già educata per elaborare algoritmi di distribuzione geografica e temporale delle risorse idriche disponibili capaci di contribuire in misura significativa ad una loro equilibrata politica.

La Commissione Europea partendo da queste opportunità ha pubblicato 2 nuovi strumenti di previsione per migliorare la preparazione dell’UE alla lotta contro la siccità e la scarsità di acqua. I due strumenti, lo European Drought Impacts Database e lo European Drought Risk Atlas sono a disposizione del pubblico nell’ambito della valutazione dei rischi sulla scarsità di acqua e sulla siccità dello European Drought Observatory.

La siccità d'inizio 2024 nel Mediterraneo allarma BruxellesSviluppate dagli scienziati dei centri di ricerca della Commissione, le proiezioni mostrano in quali regioni dell’UE l’acqua diventerà più scarsa che altrove e quali settori economici e sottosettori saranno più colpiti. Le proiezioni suggeriscono che le siccità si verificheranno più spesso che in passato soprattutto proprio nel Mediterraneo e nell’Europa Orientale. Di conseguenza i rendimenti di alcune colture potranno diminuire significativamente in alcune aree geografiche. Inoltre le proiezioni suggeriscono che l’approvvigionamento idrico pubblico, compresa l’acqua potabile, potrebbe anche essere sotto pressione nei Paesi nordici come Svezia e Finlandia. Nel settore energetico i livelli di acqua più bassi dei fiumi possono rendere più difficile il raffreddamento delle centrali nucleari in Francia, mentre i rischi di siccità per la navigazione interna possono rimanere significativamente alti in Germania ed aumentare nella regione del Danubio. Il 12 marzo scorso si è aperto il secondo bando per progetti tematici del Programma di cooperazione transnazionale Euro-Med che coinvolge 10 Paesi Europei fra i quali l’Italia è 4 Paesi dei Balcani interessati dalla strategia di allargamento. Il bando è rimasto aperto fino al 12 giugno e riguarda le priorità 1 e 2 del programma che sono Smarter Mediterranean e Greener Mediterranean (le proposte han riguardato però solo i paesi della parte nord del Mediterraneo).

La siccità resta con i cambiamenti climatici in atto un pericolo sotto tutti i punti di vista: sanitario, economico, sociale. Essendo un processo in atto bisogna attrezzarsi per conviverci ed adattarsi ad esso.

Come sta avvenendo nel mondo e nel Mediterraneo per un altro problema, la lotta ai rifiuti plastici. Si calcola che nel Mediterraneo vengano smaltite 300 mila tonnellate di rifiuti plastici l’anno; la plastica è oggi il terzo materiale prodotto dall’uomo più diffuso sulla Terra, dopo acciaio e cemento. Negli ultimi 60 anni, sono stati 8 miliardi di tonn i materiali plastici prodotti, ed ogni anno 11 milioni di tonn quelli che finiscono in mari ed oceani. Il riciclo dei materiali plastici, l’unica reale soluzione al problema, non supera il 10% per cui solo con normative più stringenti, come in effetti sta avvenendo in Europa per gli imballaggi plastici e per il monouso si può pensare di contrarre i dati sui rifiuti plastici non riciclati. Si pensi che da calcoli ripetuti fatta 100 la plastica prodotta, la massima percentuale di plastica riciclata da essa non supera il 30 %. C’è poi il nodo degli stili di vita da modificare attraverso educazione e sensibilizzazione dei cittadini più che attraverso atteggiamenti punitivi e pene pecuniarie e detentive più stringenti

In qualità di responsabile scientifico della Giornata internazionale del mediterraneo, e del relativo convegno che si è tenuto presso la camera deputati l’8 luglio, ci tengo a sottolineare i punsi salienti che sono emersi.

Il Mediterraneo rappresenta una realtà scientifica economica e sociale, una comunità vorrei dire, che per le problematiche che pone può quasi essere considerata un modello. L’acqua da un lato è vita ed aguzza l’ingegno, dall’altro può divenire uno strumento di rovina e distruzione.

Oltre alle esecrabili ragioni razziali e di odio fra i popoli, le guerre in M.O. sulle alture del Golan nella valle del Giordano sono anche legate al controllo delle poche risorse idriche L’inquinamento nelle sue forme più tradizionali, ma anche più recenti-plastica, residui farmaceutici ed alimentari, scarti di ogni tipo-obbliga a considerare la bonifica delle coste, la prevenzione e la loro cura.

I recenti dati scientifici dimostrano che continuando a ritardare gli interventi il rischio di oggi, sostanzialmente ambientale, diventi -come già si intravede- anche sanitario a causa dei processi di inalazione e ingestione degli inquinanti più mobili ed accumulabili. Le differenze e diseguaglianze in termini di risorse disponibili e di economia fra la sua riva settentrionale e quella meridionale richiedono interventi di collaborazione partecipata capaci di affrontare le emergenze migratorie del nostro tempo. Oggi è solo la messa a disposizione, accanto alle risorse economiche, di risorse intellettuali, di conoscenza, di capitale umano, di beni immateriali che può divenire una strategia vincente per il Mare Nostrum. Le strade che il Convegno ha indicato ai nostri politici sono 3 sul piano scientifico:

-le tessere del puzzle ci sono tutte, si tratta di concretizzarne l’immagine complessiva con un approccio olistico e non deterministico; nessun indicatore da solo può indirizzare verso la strada giusta;

-la scienza ci ha dotato degli strumenti preventivi e riparativi necessari partendo dal principio ormai accettato del carattere complesso dell’ambiente, che ne preclude la trattazione come su sistemi semplici;

-sul piano politico: ben vengano iniziative come quelle del ns Governo con il piano Mattei, ma non bastano: ci vuole una visione partecipata del problema con un tavolo di interlocuzione fra tutti i soggetti interessati ed una governance, diversa quindi dal governo tradizionale di processo, che li rappresenti sul piano sociale.

Il carattere di mare quasi chiuso conferisce al Mediterraneo il connotato di risorsa distribuibile e gestibile in tutti i suoi aspetti, energetico, ambientale, sociale, turistico, financo alimentare: si tratta di attrezzarsi adeguatamente partendo dal concetto di comunità da cui siamo partiti con questo resoconto facendo del nostro Mediterraneo un esemplare ed un modello di sostenibilità.

Il Promezio un elemento elusivo fra le Terre Rare

15 July, 2024 - 18:25

Diego Tesauro

Oggi nel dibattito pubblico, anche al di fuori della nostra comunità scientifica, e oggetto della geopolitica sono sempre più presenti gli elementi della serie di transizione dei lantanidi, comunemente definiti terre rare a cui si aggiungono i tre elementi della triade dello Scandio per complessivamente 17 elementi (L’argomento è stato oggetto di due post su questo blog qui   e qui.) Sebbene molti elementi delle terre rare siano – contro intuitivamente – abbondanti nella crosta terrestre, sono scarsamente diffusi. Basti pensare che i meno abbondanti fra loro, il Tullio e il Lutezio hanno una abbondanza media approssimativamente 200 volte quella dell’oro. L’interesse verso questi elementi è dettato dal loro impiego nella transizione ecologica e nelle nuove tecnologie inclusi i laser e i magneti alla base dei motori elettrici. Gli elementi con il loro capostipite il Lantanio sono presenti negli stessi minerali, in primo luogo la monazite oltre le bastnäsite, loparite e le argille lateritiche. I metodi di estrazione dai minerali comportano in primo luogo un impatto ambientale dovuto alla presenza del Torio( 232Th) e dell’ Uranio (238 U) che come è noto sono dei radionuclidi che danno luogo a due serie radioattive. E’ possibile approfondire questo aspetto, essendo stato negli ultimi anni oggetto di molte pubblicazioni, consultando un’interessante review [1]. Una volta estratti si pone una sfida per i chimici per poterli separare avendo proprietà chimico fisiche simili a partire dal loro stato di ossidazione +3 e si differenziano lievemente per il raggio atomico che tende a diminuire spostandoci lungo il periodo per la contrazione lantanidica (https://it.wikipedia.org/wiki/Contrazione_lantanoidea), comportando un aumento leggero della basicità dal Lantanio al Lutezio. Nel corso del secolo scorso sono state sviluppate una varietà di tecniche per la separazione ed il recupero degli elementi delle terre rare, dalla precipitazione chimica, lo scambio ionico, l’estrazione con solvente, la separazione mediante membrana e l’adsorbimento, ecc. Anche quest’aspetto ha un impatto ambientale non indifferente sia per l’energia connessa ai processi che per la produzione di molte soluzioni difficili da smaltire [2].

Figura 1 Metodi di separazione delle Terre Rare

Molti metodi di separazione sono basati sulla formazione di complessi di coordinazione sfruttando le loro capacità di accettare molte coppie di elettroni (avendo un elevato numero di orbitali vuoti) donate dai ligandi, che si comportano da basi di Lewis. Lo studio e la sintesi dei complessi di coordinazione è quindi di particolare interesse, potendo sfruttare sottili differenze tra loro per separarli: ad esempio, lavando selettivamente i complessi formatisi in acqua utilizzando solventi organici. Ma sono necessarie tantissime separazioni ripetute per arrivare al materiale puro. Tra tutti gli elementi della serie uno è particolarmente elusivo e presenta problematiche differenti rispetto agli elementi della serie: Il Promezio (Pm).

Questo elemento (numero atomico 61) è stato l’ultimo degli elementi chimici con numero atomico inferiore a 92 ad essere scoperto, in quanto come il Tecnezio, non avendo nessun isotopo stabile con emivita almeno avvicinabile all’età della Terra di 4.5 miliardi anni, non è presente nella crosta terrestre, se non a seguito di decadimenti di nuclei più pesanti. Scoperto nel 1945, l’elemento prende il nome dal Titano Prometeo che rubò il fuoco agli dei nella mitologia greca. I ricercatori stimano che ne esistano naturalmente meno di 1Kg nella crosta terrestre. Attualmente l’isotopo 147Pm (con tempo di dimezzamento τ1/2 = 2.62 anni) è prodotto e isolato in piccole quantità nei reattori a fissione nucleare dalle scorie contenenti Plutonio e purificato in molti tediosi steps per molte applicazioni dalle batterie a lunga vita usate nei veicoli spaziali alla terapia radiativa.  Non essendo le sue proprietà chimiche particolarmente conosciute fanno del Promezio uno degli elementi più rari e misteriosi della tavola periodica. Infatti, sono stati preparati solo pochi solidi inorganici semplici come gli alogenuri, l’ossido, l’ossalato, il molibdato e il tungstato. Da questi composti mediante diffrazione di polveri a raggi X è stato possibile determinare i parametri del reticolo, le bande di assorbimento nello spettro visibile, gli spettri Raman e la suscettibilità magnetica dell’ossido e degli alogenuri di Pm (III). Recentemente, quasi a ottant’anni dopo la sua scoperta. i ricercatori dell’Oak Ridge National Laboratory nel Tennessee ne hanno svelato alcuni segreti chimici cruciali.  Per primi hanno utilizzato il catione Pm3+ per sintetizzare un complesso di coordinazione pubblicato su Nature [3]. La sintesi ha permesso di studiare come l’elemento si lega ad altri atomi in una soluzione acquosa. Il complesso preparato con una bispirrolidina diglicolammide è riportato in figura 2.

Figura 2 a, il 147Pm(NO3)3·nH2O (n < 9) utilizzato nello studio come sale di partenza per la complessazione ottenuto dopo molti step di purificazione. b, Il ligando PyDGA,  ha due atomi di ossigeno carbonilico e uno etereo e conferisce alta solubilità in acqua. Questo chelante tridentato coordina il Promezio  formando un complesso 1:3 fornendo 9 atomi donatori di ossigeno nella prima sfera di coordinazione del catione Pm3+.

Utilizzando la spettroscopia di assorbimento dei raggi X (XAS) e simulazioni teoriche, è stato possibile misurare la lunghezza media dei legami che riempiono ordinatamente gli orbitali vuoti, attorno al centro metallico. I ricercatori hanno combinato lo stesso ligando con tutti gli altri lantanidi per verificare come il complesso di Promezio si confrontava con altri complessi di lantanidi. Ciò ha prodotto la prima raccolta completa di complessi di lantanidi comparabili in soluzione e ha rivelato come la lunghezza del legame lantanide-ossigeno diminuisce, da sinistra a destra, attraverso la serie dei lantanidi nella tavola periodica – una conseguenza dell’effetto della contrazione dei lantanidi. Questo risultato, ancorché non sorprendente, conferma l’esistenza della contrazione anche in soluzione.

I risultati colmano una lacuna di vecchia data nei libri di testo di chimica confermando anche in soluzione l’esistenza della contrazione lantanidica. Inoltre potrebbero eventualmente portare a metodi migliori per separare il Promezio da elementi simili nelle scorie nucleari.

Riferimenti

  1. Deniz Talan, Qingqing Huang  A review of environmental aspect of rare earth element extraction processes and solution purification techniques Minerals Engineering 2022, 179 107430 https://doi.org/10.1016/j.mineng.2022.107430
  2. Ziying Chen et al Recent advances in selective separation technologies of rare earth elements: a review Journal of Environmental Chemical Engineering 2022, 10, 107104. https://doi.org/10.1016/j.jece.2021.107104
  3. Driscoll, D.M., et al. Observation of a promethium complex in solution. Nature 2024, 629, 819–823. https://doi.org/10.1038/s41586-024-07267-6

Clima: Inerzia al Potere

12 July, 2024 - 20:46

di Vincenzo Balzani, professore emerito UniBo

Pubblicato su Bo7 del 7 luglio 2024

In Italia, l’anno 2023 è stato caratterizzato da una grave siccità e anche dal moltiplicarsi di eventi estremi (nubifragi, grandinate, trombe d’aria, alluvioni), con gravi danni per le città e le campagne. Alla 4a Conferenza nazionale sul clima (Roma, agosto 2023), è stato lanciato un allarme: l’Italia è entrata in una fase di anormalità climatica permanente. I primi sei mesi di quest’anno confermano questo allarme.

Il cambiamento climatico è uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico; si tratta, essenzialmente, di dare risposte a tre domande: 1) negli ultimi decenni c’è stato un cambiamento climatico? 2) se sì, è un fenomeno generato dall’attività umana? 3) se sì, è controllabile? 

La scienza ha già dato risposte chiare a questi tre interrogativi: è in atto un progressivo cambiamento climatico causato dalle emissioni di gas serra e, quindi, per contrastarlo è necessario abbandonare i combustibili fossili e utilizzare l’energia delle fonti rinnovabili. Questa transizione energetica è tecnicamente possibile e già avviata, ma in Italia procede lentamente perché è ostacolata da forti interessi economici (ENI) e politici (Piano Mattei), nonché dal nascosto desiderio di qualche ministro di tornare all’energia nucleare, anche se The Economist, la rivista economica più autorevole del mondo, ha scritto senza mezzi termini: “Nuclear power: the dream that failed” (10 marzo 2012).

L’associazione A SUD ha recentemente pubblicato il documento Inerzia al Potere (22 pagine, con 93 riferimenti bibliografici) nel quale elenca e sottolinea le persistenti negligenze dello Stato Italiano rispetto agli obblighi assunti per contrastare il cambiamento climatico. l’Italia, membro del G7, del G20 e membro fondatore dell’OCSE, è la terza economia dell’Unione Europea e la decima a livello globale. Secondo Global Carbon Atlas è il diciottesimo paese a livello mondiale per quantità di emissioni territoriali di CO2 e tra le venti nazioni con la maggiore responsabilità storica per le emissioni cumulative di CO2 generate a livello mondiale a partire dal 1850.

Nel 2021, le emissioni pro capite dell’Italia sono state di 5,7 ton di CO2, un livello ben superiore alla media globale di 4,7 ton. Se tutti i paesi avessero lo stesso livello di emissioni pro capite dell’Italia, nel 2030 l’aumento medio di temperatura sarebbe di 0,28°C superiore al “limite di sicurezza” (1,5°C), con impatti devastanti e difficilmente reversibili.

L’Italia, quindi, continua a contribuire in modo grave all’emergenza climatica in corso, pur essendo una delle economie mondiali dotate di maggiore capacità tecnologica per intraprendere un reale processo di decarbonizzazione. Per questo motivo, A SUD ha promosso la campagna di informazione e sensibilizzazione Giudizio Universale e, com’è accaduto in diversi paesi del mondo, nel giugno del 2021 ha intentato una causa civile contro lo Stato per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni di gas serra, con conseguente violazione di numerosi diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla salute, all’acqua e al cibo. Mentre in altri Stati europei cause analoghe si sono concluse con importanti sentenze di accoglimento, nella sentenza resa nota dal tribunale di Roma il 26 febbraio 2024 si afferma che in Italia non esistono tribunali in grado di decidere su questo argomento.

E’ compito del governo. Lo faccia.

La chimica e il colore delle olive

9 July, 2024 - 17:32

Claudio Della Volpe

Siate sinceri e rispondete a questa domanda: quanti tipi di olive conoscete? Sapete che ci sono almeno due tipi: verdi e nere? Sono specie diverse di olive? O cosa? Dopo aver risposto a questa domanda o meglio, se scoprite di non saper rispondere, potete leggere il seguente post dedicato proprio a questa differenza.

L’oliva è uno dei più tipici frutti della cultura mediterranea; l’olivo è quasi un rappresentante della nostra cultura dalle colline del Garda, a quelle della Palestina o della Grecia o della Spagna o del nord Africa, l’olivo è l’albero simbolo della cultura mediterranea, archetipo del rinnovamento, della bellezza, del cambiamento, della rinascita, della forza vitale capace di rigenerare nuova vita.   della pace, della ricchezza, della qualità della vita.

Le olive, come altri frutti e verdure, cambiano colore man mano che maturano. Le olive verdi vengono raccolte subito prima che possano cambiare colore e maturare completamente, ma quando hanno raggiunto le loro massime dimensioni. Le olive sono disponibili in molte varietà. Possono essere raccolte a diversi stadi di maturazione. Molte olive (non tutte le specie comunque) hanno un enzima chiamato catecol-ossidasi che le fa cambiare dal verde al rosso-marrone fino al nero, ma alcune rimangono semplicemente verdi o nere. Qui sotto vedete un esempio di questo viraggio.

Agriculture 2022, 12, 1347. https://doi.org/10.3390/agriculture12091347

Figura 1. Olive cv. «Leccino» raccolto a quattro stadi di maturazione: 0 – interamente verde o giallo, <50 – meno della metà colorata, >50 – più della metà colorata, 100 – interamente colorata.

Effect of Ripening on the Phenolic and Sugar Contents in the Meso- and Epicarp of Olive Fruits (Olea europaea L.) Cultivar ‘Leccino’ Tea Ivancic, Jerneja Jakopic, Robert Veberic, Viljanka Vesel andMetka Hudina

La responsabilità di questa variazione di colore è legata al cambiamento di composizione dell’oliva; nella fase di crescita, predomina la clorofilla e si accumulano i composti fenolici, come il catecolo e l’oleoeuropeina, l’oliva è verde e amara; nella fase di maturazione intermedia, si riducono i livelli di clorofilla e oleuropeina; nella fase di maturazione definitiva, compaiono gli antociani e i livelli di oleuropeina continuano a diminuire.

In quella verde predominano la clorofilla e il catecolo o pirocatecolo che è la molecola seguente, un orto-difenolo; questa molecola si ossida in presenza di ossigeno trasformandosi in dibenzochinone e viene usata nello sviluppo delle fotografie tradizionali.

Catecolo o orto-difenolo

Dibenzochinone

nella drupa di olivo la reazione non avviene così facilmente perché l’ossigeno non è presente in quantità importante e la trasformazione è controllata dalla catecolo-ossidasi, un enzima basato sul rame che catalizza dunque la reazione

2 catecolo + O22 1,2-benzochinone + 2 H2O

Come vedete l’ossigeno non viene incorporato nel prodotto, ma lo ritroviamo ridotto nelle due molecole di acqua a seguito di donazione di 4 elettroni per l’ossidazione dei due atomi di carbonio trasformati in carbonili .

Dunque questa è la reazione responsabile della trasformazione del colore dell’oliva,.

In realtà le cose sono ancora più complesse; reazioni simili avvengono anche in altre specie con effetti analoghi; per esempio nell’avocado, nella mela o nella pera, dopo averli tagliati, e in tutti questi casi il fenolo originario, spesso catecolo come nell’oliva, ha polimerizzato e dunque la reazione di ossidazione avviene in questo ottenuto polifenolo, dando origine sempre al medesimo composto scuro, da rosso scuro a quasi nero; in alcuni casi si parla addirittura di allomelanine, melanine vegetali; nel caso delle olive si parla di polimerizzazione delle antocianine, per esempio qui. Riprenderemo il discorso sui polifenoli più avanti.

Si veda a riguardo questo link: https://www.geopop.it/perche-lavocado-annerisce-dopo-averlo-aperto-e-come-evitarlo-con-una-corretta-conservazione/

La reazione necessita di ossigeno che ovviamente non c’è nel frutto integro oppure c’è ma in piccola quantità, mentre è presente in quello tagliato e la presenza dell’enzima ossidasico fa il resto.

Il problema è che questa trasformazione spontanea necessita di tempo; se volete fare l’olio starete ben attenti alla maturazione usando una scala basata proprio sul colore della specie che raccogliete; in genere quando il colore diventa rosso-viola scuro va a maturazione anche la polpa. Con tonalità più scure tendenti al nero le olive sono invece sovra mature. E inoltre la loro composizione complessiva non va più bene per la spremitura.

In alcune delle fasi intermedie si raccolgono le olive sia per la spremitura che per l’uso cosiddetto “da tavola”. Esistono direttive molto precise per la scelta del momento che dipendono in primo luogo dal colore ma anche da altri aspetti agronomici; per esempio si veda qui.

Supponiamo invece che produciate olive da tavola come vi comporterete? Da questa ricetta che ho trovato su internet si vede che occorre addolcire le olive soprattutto quelle verdi che contengono una notevole quantità del polifenolo oleoeuropeina, citato prima (fino al 14% del peso secco).

Per la Deamarizzazione o Addolcimento delle olive da tavola esistono due diversi metodi:
Olive Verdi (Acerbe)
Tenere le olive a bagno in una soluzione di acqua dolce e soda (NaOH/KOH) in una concentrazione variabile dal 1.5% al 3% per un tempo di 8-12 ore. Al termine del processo di deamarizzazione effettuare 3-4 risciacqui con acqua dolce.
Tenere le olive a bagno in una salamoia con una gradazione di sale del 7-9%.

Olive Nere (Mature):
Preparare una salamoia ben diluita con una concentrazione salina al 10% (110g di sale ogni litro di acqua)
Mettere a bagno le olive nella salamoia in contenitori ermetici. Attendere 8-10 mesi necessari per deamarizzare il prodotto. Al termine del processo di deamarizzazione, se le olive risultassero troppo salate, sostituite il liquido di governo con una nuova salamoia con una concentrazione salina del 7-8%.

Si vede che il processo è più veloce nelle olive verdi ma più lungo in quelle nere (che definirei per precisione naturali) in cui la fase di deamarizzazione usa solo il tempo, che comunque dipende dal cultivar,  nella ricetta comune.

Ma c’è un trucco, consentito dalla legge che può aiutare nella trasformazione di olive verdi in olive nere; la procedura industriale è riportata in questo lavoro, scritto da colleghi spagnoli, in cui si distingue fra olive nere naturali e olive nere (mature), col mature (ripe in inglese) fra parentesi. In sostanza le prime sono quelle invecchiate naturalmente e le altre quelle invecchiate (e annerite) artificialmente. Un altro lavoro da citare è certamente quest’altro qui.

Questo processo di annerimento è del tutto legale; e di più c’è un importante fraintendimento chimico su quello che succede. Si usa tanta aria che gorgoglia in un contenitore e facilita la trasformazione ossidativa delle olive, che abbiamo descritto prima e che se portata a fondo le fa diventare di un nero uniforme e brillante quasi; questo colore non è però stabile come necessita in un prodotto che il consumatore si aspetta nero e allora il colore viene stabilizzato aggiungendo uno stabilizzatore, ossia un sale di ferro (II) o ferroso: un gluconato o un lattato.

Traduco dal testo:

Il procedimento industriale per la produzione delle olive mature consiste in successivi trattamenti delle olive con liscivia, (una soluzione diluita di NaOH). Durante gli intervalli tra un trattamento e l’altro i frutti vengono sospesi

In acqua attraverso la quale circola l’aria. In tutta questa operazione le olive scuriscono progressivamente a causa dell’ossidazione degli ortodifenoli, idrossitirosolo 3,4-diidrossifeniletanolo) e acido caffeico. Il colore superficiale ottenuto non è stabile e sbiadisce progressivamente dopo l’ossidazione e durante la durata di conservazione del prodotto confezionato. Per evitare questo deterioramento, sono stati testati diversi sali di ferro: gluconato ferroso, solfato ferroso e lattato ferroso. Tutti questi fissano il colore in modo efficiente grazie alla formazione di complessi ferro-fenolo.

E’ da dire che solo il lattato e il gluconato di ferro ferroso sono legali. E ancora:

Il colore nero superficiale ottenuto non è stabile e sbiadisce progressivamente dopo l’ossidazione e durante la durata di conservazione del prodotto confezionato. Per evitare questo deterioramento, solo l’uso di gluconato ferroso e lattato ferroso è legalmente consentito per la lavorazione delle olive mature (García et al., 1986a). Normalmente i sali ferrosi venivano aggiunti ad una concentrazione di 100 ppm (parti per milione o mg/litro). La diffusione del ferro nella carne si completa in circa 10 ore, ma normalmente questa fase si prolunga fino a circa 24 ore (García et al., 2001)

Il gluconato e il lattato di Ferro (II) sono additivi permessi col simbolo E579 e E585; entrambi sono usabili a concentrazioni di massimo 100ppm, o mg/litro nella soluzione di trattamento e il gluconato è usato come farmaco donatore di ferro, dunque a dosaggi anche ben superiori a quello ottenibile dal cibarsi di olive trattate.

Questo trattamento è attaccato su molti siti come uno sporco trucco e certamente non è il processo naturale, le olive trattate così vengono definite dipinte, ma se fatto correttamente è innocuo; e la cosa importante è capire che NON è il ferro (II) ad annerire le olive ma l’ossigeno; il ferro ferroso non potrebbe annerire le olive, neppure volendo, perché è un riducente NON un ossidante come è invece l’ossigeno dell’aria.

Poi è chiaro che è perfettamente legittimo volere mangiare olive non trattate; per questo l’uso degli additivi deve essere denunciato in etichetta. Il consumatore può scegliere; ma ripeto è importante chiarire che non si usa il ferro ferroso per annerire le olive, ma l’ossigeno, che è poi quello che si verifica in natura, solo che in questo caso il processo è più veloce.

E’ il solito problema; chi vende forgia il gusto dei consumatori stabilendo che le olive NERE devono essere nerissime se no non sono buone, il che è una emerita sciocchezza; trovo questo molto più pericoloso dell’uso dei sali di ferro in se. Secondo me è grave che agenzie giornalistiche ufficiali o gruppi di consumatori riprendano questa fake dandole autorevolezza. E’ certo un problema, anzi una truffa se NON si dichiara in etichetta l’uso dello stabilizzante, ma è altrettanto vero che è l’ossigeno a colorare le olive non il ferro ferroso .

Oleuropeina

L’oleuropeina, un secoiridoide (struttura generale sopra), è il polifenolo più importante dell’oliva, e conferisce all’olio quella asprezza particolare al gusto; scoperta nel 1908 da due ricercatori francesi (lavoro originale introvabile su internet).

La formazione di polifenoli nell’olio di oliva da origine a casi molto particolari; per esempio esiste fra le altre sostanze l’oleocantale, qui sotto riportato, che ha proprietà antinfiammatorie molto marcate, comparabili a quelle dei comuni antinfiammatori come l’ibuprofene, sono simili come si vede dalla figura qui sotto; è quindi un inibitore della catena infiammatoria, in particolare dell’enzima COX che aiuta a formare le prostaglandine.

Da Nature 437, 45, 2005

Attività antiinfiammatoria dell’oleocantale , simile a quella dell’Ibuprofene (a fianco)

Una nota finale; per chi va in Calabria o anche in altre regioni del Sud Italia o in Grecia; si usa anche mettere le olive al forno con aggiunta di aromi e quelle sono certamente nere, ma per la cottura, e anche molto buone.

Siti e lavori consultati.

Come si deamarizzano le Olive?

Fai clic per accedere a fsilvestri_tesid.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7919262/

https://www.sciencedirect.com/topics/pharmacology-toxicology-and-pharmaceutical-science/secoiridoid#definition

I secoiridoidi nell’olio di oliva: un…pungente tocco di benessere

E. Bourquelot, J.C.R. Vintilesco, Sur l’oleuropein, nouveau principe de nature glucosidique retré de l’olivier (Olea europaea L.), Compt. Rend. Hebd. Acad. Sci., 147 (1908) 533-535. (lavoro storico ma introvabile!!)

Elaboration of table olives, Antonio Higinio Sánchez Gómez, Pedro García García and Luis Rejano Navarro GRASAS Y ACEITES, 57 (1), ENERO-MARZO, 86-94, 2006, ISSN : 0017-3495

https://digital.csic.es/bitstream/10261/2453/1/Elaboration.pdf#page=7

https://www.sciencedirect.com/topics/pharmacology-toxicology-and-pharmaceutical-science/secoiridoid#definition

Fai clic per accedere a tombesi-a-e-gucci-r-ciclo-del-frutto_201804051205339_s986h11lcw40yg7cpn7f6nga8.pdf

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15053538/

OLEORUPEINA  E OLIO DI OLIVA

https://scijournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/jsfa.954

https://www.nature.com/articles/437045a

Tastare il polso al depuratore.

6 July, 2024 - 11:18

Mauro Icardi

Per diventare un tecnico esperto di depurazione, a mio parere non solo è necessario avere una buona preparazione teorica di base. Ma occorre familiarizzare con l’impianto che si deve gestire, occorre conoscerlo in maniera approfondita. Sapere cogliere i segnali delle eventuali disfunzioni che possono verificarsi per i più svariati motivi. Nei testi tecnici dedicati alla gestione degli impianti di trattamento delle acque, si suggeriva di dotare gli impianti di depurazione  di un laboratorio dedicato. L’evoluzione normativa, che deve rispondere a limiti sempre più stringenti, e la necessità di confronto con gli enti di controllo nel caso di gestione del superamento dei limiti di legge, hanno inevitabilmente modificato la filosofia dei laboratori al servizio del  gestore degli impianti. Il primo requisito a cui ci si è dovuti allineare è quello dell’accreditamento dei laboratori, necessità per altro imposta dalle normative.

Ma tutto questo ha impedito una connessione indispensabile, ovvero quella del chimico, o del tecnico che si muove sul campo.

Nei miei primi anni di lavoro, quelli in cui affinavo la mia esperienza, ricordo che uscivo malvolentieri dal laboratorio. Dopo circa un paio d’anni ho capito che per comprendere più  fondo quello che accadeva in impianto, dovevo uscire dalla mia “torre d’avorio”, ed esercitarmi sul campo.

Non bastava avere letto libri di depurazione, e semplicemente saper distinguere le varie sezioni di impianto.  Bisognava andare di persona a parlare con chi gestiva per esempio il funzionamento delle macchine per disidratare il fango. Ho scoperto recentemente che questa è una spinta e una necessità condivisa.

Quasi al termine della mia carriera lavorativa; se non intervengono ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile dovrebbero mancare poco più di due anni; nella mia nuova sede di lavoro ho la fortuna di  continuare ad interagire con ragazzi giovani, come ai tempi in cui ero responsabile degli stages scolastici.

Il laboratorio dove ora svolgo una mansione diversa (d’altronde come scrisse Primo Levi l’analista è mestiere per giovani), convergono i campioni di una settantina di impianti ubicati su tutto il territorio della provincia di Varese. Il laboratorio è attrezzato con diverse tipologie di strumentazione analitica di ultima generazione. Dalla gascromatografia, alla spettrometria di massa a plasma. Ma i ragazzi spesso manifestano il desiderio di visitare un depuratore.

 Per la semplice ragione che vogliono capire meglio l’origine dei dati analitici che riscontrano sui campioni analizzati. E’ un gioiello di laboratorio, ma non è ubicato in un depuratore. Quindi manca quel contatto diretto con chi si occupa della conduzione, che fornisce la capacità di comprendere più a fondo come il processo di depurazione, nelle sue diverse fasi stia funzionando ( o in qualche caso magari non funzionando).

Ricordo che nei miei anni da chimico militante (altra citazione di Levi), avevo manifestato la speranza e il desiderio che l’azienda decidesse di dotarsi di un camper, o un furgone nel quale installare un laboratorio viaggiante. Per poter determinare anche parametri semplici, e per qualcuno magari banali, ma che potessero immediatamente dare indicazioni su come modificare i parametri di gestione. Insomma una chimica modesta semovente.

Primo Levi e la Fantascienza

Io devo alla mia esperienza sul campo una formazione alla quale sono molto legato. Ovvio che i tempi cambiano, e le necessità anche. Ma in questa nuova sede ho ritrovato una collega con la quale ho condiviso i primi anni di lavoro, e che ha una formazione come la mia. E ogni tanto ci troviamo a ricordare quei nostri tempi. Non eroici, ma formativi. Quando il chimico era un centauro (ennesima citazione da Levi). Ovvero alla mattina per prima cosa faceva il giro sull’impianto, prelevava i campioni, verificava se riscontrava anomalie evidenti, oppure subdole. Capiva dove e perché si stava verificando un trascinamento di fango, oppure notava l’arrivo di uno scarico anomalo in ingresso. Non credo che quei tempi, e quel modo di interpretare il ruolo dell’addetto al laboratorio possono mai ricrearsi. Sono convinto che sia una naturale evoluzione del ruolo di addetto al laboratorio del ciclo idrico. Ma analogamente alla nostalgia e al rimpianto dell’abbandono dell’analisi semimicroqualitativa, anche l’idea che il chimico non possa più uscire dal laboratorio mi provoca una sensazione strana. In ogni caso non è casuale che io mi sia sempre definito tecnico del ciclo idrico. Era una visione più ampia, che non solo non rinnegava le nozioni di chimica, ma al contrario le fortificava e le irrobustiva. Tastare il polso all’impianto ogni mattina era una condizione che soddisfaceva la mia inesausta curiosità. E che sono davvero orgoglioso di aver potuto praticare.

O forse sono solo le riflessioni un po’ bislacche di un chimico anziano.

Sicurezza alimentare per proteggere la salute.

2 July, 2024 - 15:02

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La sicurezza alimentare è uno degli strumenti per proteggere la salute dei cittadini. Il consumo di alimenti inquinati da residui di composti tossici può rappresentare un grave rischio per il cittadino. Fra le categorie di composti che maggiormente possono mettere in pericolo la salute certamente i metalli pesanti occupano un posto significativo, essendo in molti casi tossici finanche al livello di tracce, per la loro capacità di interagire con azoto, zolfo ed ossigeno delle biomolecole, a partire dalle proteine. I metalli pesanti sono largamente definiti come i metalli con densità maggiore di 5 g/cc.

Fra questi, quelli tossici più comuni sono il mercurio, il cadmio,, il piombo il cromo, lo zinco. Da quanto ora detto si comprende quanto importante sia disporre di metodi analitici per la determinazione di questi metalli in matrici alimentari.

La storia della chimica analitica illustra come a questo tema siano state dedicate nel tempo tecniche sempre più sofisticate a partire da quelle più tradizionali per arrivare alle strumentali del nostro tempo Gas-Massa, Plasma-Massa, Assorbimento atomico. Queste tecniche sono sensibili, selettive, ma complesse sul piano della strumentazione e delle professionalità degli operatori richiesti ed inoltre non sono adatte per screening rapidi di controllo e in situ.

Per questo motivo rispetto a queste esigenze si sono sviluppati metodi elettrochimici, colorimetrici, fluorimetrici con le relative continue innovazioni. Queste, nel caso dei metodi elettrochimici hanno riguardato soprattutto la modifica degli elettrodi di lavoro responsabili con contro-elettrodo e riferimento del segnale indicatore della presenza e concentrazione del metallo considerato.

Sono stati così prodotti elettrodi costituiti da nanomateriali metallo-organici super-porosi a grande sviluppo superficiale, capaci di assorbire gli ioni metallici e di produrre segnali di corrente e potenziale molto intensi.

Un’altra opportunità è fornita dagli imidazolati zeolitici basati su zeoliti modificate e dai carburi dei metalli di transizione.

La colorimetria basata su nanoparticelle metalliche come indicatori utilizza la capacità di alcuni ioni di metalli pesanti di cambiare la struttura delle nanoparticelle e di conseguenza di produrre variazioni di colore.

Figura 1 . (A) Diagramma schematico di un sensore elettrochimico, riprodotto con il permesso di ( Amali et al., 2021 ). (B) Diagramma schematico del rilevamento BCN-Nafion/GCE di Cd(II) e Pb(II) in campioni alimentari, riprodotto con il permesso di ( Huang et al., 2023 ). (C) Rappresentazione schematica del rilevamento colorimetrico di ioni di metalli pesanti utilizzando AuNP, riprodotta con il permesso di ( Guo et al., 2014 ). (D) Schema di rilevamento colorimetrico degli ioni Fe(III) utilizzando MSA-AuNP, riprodotto con il permesso di ( Komova et al., 2021 )

Altra possibilità è offerta dai nano enzimi, una classe di nanomateriali con funzioni biocatalitiche capaci, in presenza di specifici metalli, di produrre variazioni di colore dovute alla catalisi di processi idrolitici a carico di complessi fenol-fosfatici.

Anche la fluorimetria ha trovato applicazione nell’analisi di metalli tossici in matrici alimentari. Il principio è la misura di variazioni di fluorescenza a seguito di interazione con metalli pesanti di sonde fluorescenti delle quali esistono varie categorie: semiconduttori, nanomateriali di carbonio, nanoparticelle metalliche.

Figura 2 . (A) Il processo di preparazione degli N-CD e il diagramma schematico del rilevamento di Cd(II) e Hg(II) nei campioni alimentari da parte degli N-CD, riprodotto con il permesso di ( Tan et al., 2022 ). (B) Illustrazione del meccanismo dei CD per il rilevamento dello ione zinco, riprodotta con il permesso di ( Lu et al., 2023 ).

I successi conseguiti con questi 3 approcci non devono pero fare considerare come risolto il problema analitico che resta abbondantemente aperto rispetto a:

-necessità di metodi più sensibili rispetto ai valori minimi finora raggiunti 10 nanog/L in grado di rispondere agli allarmi sempre più stringenti della medicina circa la tossicità di alcuni composti metallici

-la possibilità di estendere le applicazioni a matrici alimentari più complesse

-la possibilità con un’analisi di ottenere contemporanee informazioni su più metalli insieme

-attraverso l’intelligenza artificiale ed algoritmi arrivare a metodi di screening automatizzati

Fonte

Research progress in the detection of trace heavy metal ions in food samples

Linxing Si, Qian Wu, Yulong Jin,* and Zhuo Wang  Front Chem. 2024; 12: 1423666.

doi: 10.3389/fchem.2024.1423666  PMCID: PMC11168114  PMID: 38867762

Prodotti di ieri e di oggi. 4. Calcibronat.

28 June, 2024 - 09:03

Claudio Della Volpe

I precedenti post di questa serie sono qui, qui e qui.

Riprendo dopo parecchio tempo un argomento che ebbe successo anni fa, ossia l’analisi di farmaci che esistevano decenni fa e sono rimasti in commercio con il medesimo nome, ma con qualche cambiamento. Mi ero fermato senza un motivo particolare, a parte la difficoltà nel reperire le informazioni sui vecchi farmaci. Ma vedendo che quei post riscuotono ancora oggi un notevole interesse di lettura mi sono convinto a ricominciare.

Stavolta parliamo di un farmaco che esiste ancora adesso e quasi con la medesima composizione; e vedremo poi il senso del quasi.

Il Calcibronat era il farmaco per i bambini troppo attivi ed agitati, i “pierini” diciamo così; io ero un pierino, e la risposta è stata nel tempo il Calcibronat poi evolutosi in Periactin, ciproeptadina, un antiallergico MSD usato fuori indicazione come “sciroppo per l’appetito” (oggi si direbbe off-label, potenza della pubblicità)!

Qui sotto in ordine di tempo, dal passato al presente, alcune immagini di confezioni; dagli anni 30 del 900 in poi; si nota subito una cosa, si passa dal granulato alle compresse; questo perché nel tempo si è capito che nonostante come vedremo, il bromo sia un oligoelemento per l’uomo, esagerare ha le sue conseguenze.

https://it.todocoleccion.net/casse-metalliche-antiche/calcibronat-sandoz~x207765413

https://www.alamy.it/vintage-1950s-calcibronat-sandoz-medicinale-per-la-sedazione-del-sistema-nervoso-centrale-e-periferico-antiallergico-sandoz-s-p-a-milano-italia-image461186150.html

Si trattava e si tratta ancora oggi di compresse effervescenti che si trovano in Italia in confezioni da 3g l’una mentre all’estero si trovano compresse da 2g; questa cosa mi ha colpito subito perché poi l’indicazione posologica nei bambini e negli adulti è sempre la medesima da mezza a due compresse al dì. E la medesima indicazione posologica era in auge ai miei tempi come si vede dalle confezioni.

La casa produttrice era un marchio conosciuto ed importante, Sandoz, fondata in Svizzera a fine 800, famosa per anni (vendette per prima l’LSD di Hoffmann con il nome di Delysid) e diventata nel tempo il marchio dedicato ai farmaci generici della Novartis; dal settembre 2023 è ridiventato un marchio autonomo sul mercato mondiale.

Ancora più mi ha colpito che mentre fino al 1975 un prodotto analogo, chiamato Bromo-Seltzer era in vendita negli USA, ma con diversa composizione (conteneva anche acetanilide), indicazione (mal di testa e di stomaco) e dosaggio (cento volte meno bromuri!)  (si veda qui), al momento i bromuri non hanno indicazioni terapeutiche analoghe, la FDA li ha esclusi dall’uso e dunque prodotti come il nostro non sono in vendita negli USA. Il Bromo-Seltzer ha cambiato completamente composizione perché sia l’acetanilide che il bromuro sono stati esclusi dalla FDA. All’acetanilide avevamo accennato nel caso del Saridon, ed ha certamente avuto senso eliminarla in quanto si è visto che agisce tramite il suo principale metabolita, il paracetamolo, ossia la tachipirina che però non ne mantiene, per fortuna, gli effetti negativi.

Come era ed è fatto il Calcibronat?

I componenti essenziali erano bromuro di calcio e lattobionato di calcio e le quantità relative sono indicate in foto; stiamo parlando di 0.23g di calcio e 0.45 di bromo per ogni compressa da 3g, mentre nelle compresse da due grammi le quantità sono ridotte in proporzione (0.15g di calcio e 0.30g di bromo).

Questo ci fa facilmente calcolare i totali; per ogni grammo abbiamo 0.075g di calcio e 0.15 di bromo.

1.875 mmoli di calcio e 1.875mmoli di bromo; dato che il calcio fa due cariche positive e il bromuro una negativa ne segue che servono ancora 1.875mmoli di lattobionato che è anch’esso dotato di una sola carica negativa, (come si evince dall’immagine qui sotto) per la completa neutralizzazione. L’acido lattobionico pesa 358 g/mol ca e dunque otteniamo 0.67g di lattobionato. Per gli eccipienti rimangono dunque 0.2g  o 0.3g ca a seconda se parliamo di compresse da due o da tre grammi.

Acido lattobionico.

Gli eccipienti sono costituiti da sodio bicarbonato, acido citrico anidro, saccarosio, glicole polietilenico 4000; questo nelle compresse moderne; non so quale sostanza giocasse il ruolo del glicole polietilenico in quelle più antiche, forse nessuna. Di solito il PEG serve da plasticizzante nei film protettivi, che però non ci sono in questa compressa. Dopo averci pensato credo che, essendo a basso peso molecolare (4000 uma), probabilmente serva come lubrificante nel processo di formazione della compressa. D’altronde si usa comunemente con analogo ruolo nei casi di costipazione umana.

Bicarbonato e acido citrico servono a produrre l’effervescenza, il saccarosio addolcisce il sapore della compressa.

Ha senso a questo punto anche una nota sulla differenza fra lattobionato e il più comune lattato gluconato, per evitare confusioni; il secondo è costituito dal gluconato (la base corrispondente all’acido gluconico indicato qui sotto), che è un pezzo del lattobionato, ma accompagnato dal lattato, la base corrispondente dell’acido lattico, una piccola molecola a soli tre atomi di carbonio e sempre una sola carica negativa.

Acido gluconico e acido lattico.

Questo aiuta a capire le differenze fra queste due sostanze usate molto spesso in farmaceutica e che possono essere confuse.

Ma affrontiamo ora il problema principale; a che serve il bromuro, quanto ce n’è nell’organismo umano? Come mai si usa in Europa e non in USA?

Pubchem (https://pubchem.ncbi.nlm.nih.gov/compound/259) ci informa che

In natura, il bromo è più abbondante come ione bromuro. Fisiologicamente, esiste come ione nell’organismo. …….. I composti di bromuro, in particolare il bromuro di potassio, sono stati spesso utilizzati come sedativi nel XIX e all’inizio del XX secolo. Il loro uso nei sedativi da banco e nei rimedi per il mal di testa (come il Bromo-Seltzer) negli Stati Uniti è durato fino al 1975, quando i bromuri sono stati ritirati come ingredienti, a causa della loro tossicità cronica. Il bromuro è presente nella tipica acqua di mare (35 PSU) con una concentrazione di circa 65 mg/L, pari a circa lo 0,2% di tutti i sali disciolti. Il bromuro è necessario agli eosinofili (globuli bianchi della classe dei granulociti, specializzati nell’affrontare i parassiti pluricellulari), che lo utilizzano per generare composti bromanti antiparassitari come l’ipobromito, per azione della perossidasi degli eosinofili, un enzima aloperossidasi che è in grado di utilizzare il cloruro, ma utilizza preferibilmente il bromuro quando disponibile.

D’altra parte Wikipedia ci informa a sua volta che

In un rapporto specializzato, il bromuro è un cofattore essenziale nella catalisi perossidica dei legami crociati di solfonimina nel collagene IV. Questa modificazione post-traslazionale avviene in tutti gli animali e il bromo è un oligoelemento essenziale per l’uomo.[20]

…….La concentrazione media di bromuro nel sangue umano nel Queensland, in Australia, è di 5,3±1,4 mg/L e varia a seconda dell’età e del sesso.[22] Livelli molto più elevati possono indicare l’esposizione a sostanze chimiche bromurate. Si trova anche nei frutti di mare.

Se mettiamo insieme tutti questi aspetti del ruolo del bromo e il numero di organismi coinvolti (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4144415/) concludiamo che il bromo è un cofattore essenziale per la nostra vita, un oligoelemento; ma quanto ce n’è nel nostro corpo? Una risposta parziale è data dal lavoro già citato poco prima da wikipedia (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9602940/)

Mentre una analoga risposta troviamo in giro

Bromine

4mg/kg nel corpo umano e nel sangue 2-3 mg/L; dunque in un ragazzino di 30-40 kg ce ne sono fra 100 e 200mg.

E “quanto” invece diventa tossico?

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10105371/

Se aggiungiamo che l’emivita dei bromuri nel corpo umano è di 12 gg, rendendo più complesso il raggiungimento di un dosaggio sicuro, ci rimane una domanda; ma come è possibile che si somministrino senza grossi problemi (io ne sono una prova vivente) dosi corrispondenti a varie volte il contenuto corporeo TOTALE di bromo ai bambini italiani o europei senza effetti negativi (o almeno non comunemente riscontrati)?

Fra l’altro il bromo non mi ha calmato, né cambiato e tutto sommato manco intossicato.

Visto che non ne abbiamo ancora parlato vediamo perché alla fine si somministrano i bromuri e se ne somministrano tanti da averli fatti entrare nel linguaggio comune: quante volte avete sentito dire da qualcuno a qualcun altro troppo eccitato “e pigliati un po’ di bromuro”; io l’ho sentito anche nel mio dialetto (sono di Napoli) quando facevo il militare; girava voce che ce ne somministrassero nell’acqua potabile distribuita per calmare i bollenti spiriti sessuali dei più giovani.

Ma era vero? Mi rimarrà sempre il dubbio.

Gli effetti sul sistema nervoso centrale dei bromuri sono stati usati spesso in passato; i bromuri sono stati usati come antiepilettici, ma anche come calmanti e in genere nelle convulsioni refrattarie nei bambini.

Il meccanismo di base di questi effetti sembra il seguente:

Questi effetti sono mediati principalmente attraverso l’attivazione del recettore GABAA. Questi recettori sono canali ionotropici che, una volta attivati, aumentano la permeazione del cloruro e provocano l’iperpolarizzazione dei neuroni.

Si vedano per esempio, Ban TA. The role of serendipity in drug discovery. Dialogues Clin Neurosci. 2006;8(3):335–344

Tan JS, Lin F, Tanouye MA. Potassium bromide, an anticonvulsant, is effective at alleviating seizures in the Drosophila bang-sensitive mutant bang senseless. Brain Res. 2004;1020(1-2):45–52.

In sostanza come abbiamo già detto altrove le basi ioniche del potenziale d’azione si basano sulla permeabilità selettiva del Na+ (sodio) e K+ (potassio), che durante il potenziale d’azione viene stravolta. Quando inizia il potenziale d’azione si aprono i canali del sodio, iniziando la depolarizzazione. Tali canali sono chiamati canali del sodio voltaggio dipendenti. Quando si raggiunge l’apice della depolarizzazione (+40mV) il Na+ smette di entrare e si aprono i canali per il K+, con la fuoriuscita dello stesso. Il K esce quindi in massa fino a iperpolarizzare la cellula, portando il potenziale di membrana ad un livello inferiore al livello di riposo. Quando si raggiunge la iperpolarizzazione si chiudono i canali del K+ e l’equilibrio viene ristabilito dalla pompa Na-K. Si entra nel cosiddetto periodo refrattario; i bromuri ci fanno raggiungere questa fase velocemente come mostrato in figura, obbligandoci e recuperare lo stato di equilibrio per ripartire: https://www.osteolab.net/potenziale-dazione/

L’ultima nota di questo articolo è che ho trovato in giro un Calcibronat Neo, uno sciroppo con una composizione del tutto diversa, prodotto da una piccola casa farmaceutica; un integratore alimentare a base di aglio. E questa scelta non posso proprio comprenderla.

Voi che ne dite? Che esperienza avete con i bromuri?

Recensione. Radici siciliane-La corda ingenua di sei grandi personaggi fra storia ed immaginazione

25 June, 2024 - 10:48

Luigi Campanella, già Presidente SCI

copertina 9791254744369 Radici siciliane Radici siciliane-La corda ingenua di sei grandi personaggi fra storia ed immaginazione”, Ed. La Bussola, pag. 252 euro 12

Per essere siciliani bisogna essere diversi – asseriva Vitaliano Brancati ed ancora Johann Wolfgang von Goethe, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, «uno dei più grandi letterati tedeschi e l’ultimo uomo universale», nel suo Viaggio in Italia (1816-1817) scrisse che «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna.

È in Sicilia che si trova la chiave della diversità che l’autore Francesco Giuliano descrive in “Radici siciliane-La corda ingenua di sei grandi personaggi fra storia ed immaginazione”,Ed.La Bussola trattando i fatti più significativi di sei grandi siciliani Empedocle, Gorgia, Archimede, Diodoro Siculo, S. Cannizzaro, E. Majorana, vissuti fra il V Secolo a.C. ed il  XX secolo.

I personaggi così diversi fra loro consentono un intreccio invisibile, ma percepibile, ben articolato di storia, filosofia, scienza, umanesimo, sostanzialmente cultura e quindi come tale superiore all’informazione ed alla conoscenza acritica. Il testo è rivolto soprattutto al grande pubblico per la semplicità del linguaggio adoperato, e per lo stile, un intelligente mescolamento di astrazione e concretezza, di narrazione e realtà, di poesia e prosa, di scienza e umanesimo sostanzialmente cultura, ben oltre le semplici informazioni e conoscenze acritiche. Fa piacere, di certo a me che sono un chimico, che a scrivere questo testo sia stato un chimico: una disciplina scientifica è la chimica che ha più volte ed in più differenti occasioni dimostrato di essere un ponte culturale.

E Francesco è un chimico da sempre fautore della cultura unificata

Francesco Giuliano, già docente di Chimica e Tecnologie Chimiche negli istituti statali, Supervisore di tirocinio e docente a contratto di Didattica della chimica presso la SSIS dell’Università RomaTre, cogliendo i “difetti” della scuola italiana, si fa fautore della Terza cultura, movimento internazionale che tende ad unificare la cultura umanistica con quella scientifica. È autore di diversi romanzi:

https://www.news-24.it/author/francesco-giuliano/

Francesco Giuliano

Altri libri dello stesso autore:

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